Capitolo terzo

Lo squillare della campanella arrestò tutte le domande, ma non fu solo quello. Mi stavano guardando tutti.

Mh? Cosa? Che sta succedendo?

«Oda allora? Torniamo a casa insieme?»

Rael, basta provare a farmi odiare da tutti i tuoi nuovi sudditi, io voglio ancora vivere!

Una raffica di proiettili ricolmi di sprezzo furono scagliati senza esitazione. I loro discorsi vennero resi vani dalla mia sola presenza, che forse fu vista da Rael come una via d’uscita da tutti quei prevedibili complimenti vuoti di vero apprezzamento. Cheti sussurri si alternarono al silenzio creatosi a causa della sua affermazione, cercavano di capire che relazione avessimo. Feci un grande sospiro, provando a fermare l’angoscia che stava cominciando a scalpitare in petto.

Come fai ad essere così tranquilla? Non ti interessa cosa pensano di te? Non fare queste proposte con leggerezza, potrei quasi innamorarmi di te…

Era una semplice battuta, che però mi fece tornare con i piedi per terra, facendomi ricordare il passato. Un’ancora che si mostrava solo per rievocare quelle esperienze negative che mi segnarono nel profondo.

Sbagliai quella volta a dichiararmi. Non avrei dovuto metterti in quella posizione scomoda. Ora però posso rimediare, posso fermare questi pettegolezzi sul nascere.

Era una salda convinzione la mia: risultare gentile e disponibile col prossimo. Sembrerà una cosa da nulla, peccato che era la mia legge divina. Era più forte di me, un obbligo… La mia morale, da seguire senza mai controbattere. Era giusto così, mi sembrava una cosa normale, la prassi, sacrificarsi addirittura… Tanto, lo avrebbero fatto anche loro per me, lo speravo.  Iniziai guardandola dubbioso, provando a smorzare il suo entusiasmo. 

«Grazie dell’invito, ma non posso accettare, ho degli impegni» detto ciò, trasformai lo sguardo in tristezza, come se volessi davvero tornare a casa con lei.

Dovrebbe bastare, giusto? Così lei non ci rimane male e questi idioti dovrebbero lasciarmi in pace: sono un genio!

Portò il palmo vicino al viso. Come il sole di mattina, sorse sul suo volto un sorriso deliziato dal mio futile tentativo di rifiutare il suo invito. Era pronta ad un’altra battaglia, lo si capiva dal suo labbro, leggermente alzato, pronto a dettare legge nella mia vita.  

«Mh… È un vero peccato. Ieri sera hai dimenticato alcune cose a casa mia» 

In quel preciso istante, fui battuto, distrutto, mi si spezzò qualcosa dentro. Per riprendermi furuno necessari un paio di battiti di ciglia.

Non posso perdere la concetrazione… Ho perso la battaglia, non la guerra!

Tra gli occhi infuriati dei ragazzi che stavano già pensando a come denunciarmi, scoccai un ultimo disperato fendente. Dovevo tamponare il più possibile quella pessima situazione. 

«A-ah, parli di quando ho aiutato tua nonna con le pesche?»

Potresti parlare in modo che non ci siano incomprensioni? È abbastanza difficile evitare quelle bombe

«Eh sì! Ti era caduto il portafoglio. Se non lo vuoi più, puoi benissimo rifiutare di accompagnarmi a casa»

Smettila di far sembrare che ci conosciamo!

«Mh, non potevi tipo… Portarmelo tu a scuola?»  «Ovviamente no!» fece una smorfia di disappunto, quasi a dire che non avevo capito nulla, come se non volessi stare al gioco.

Cos’è questa smorfia? Smettila, sei adorabile lo sappiamo.

«Allora, in pratica…»

Cioè vuoi davvero raccontare una banalissima scusa davanti a questi idioti che ancora ci guardano?

Cominciò a raccontare, provando a ricordare tutti i dettagli, crucciandosi addirittura, era davvero importante. 

Se ne stavano andando la maggior parte dei ragazzi, quelli che rimanevano stavano evidentemente cercando un mio punto debole.

Non prendetevela con me, non so come farla smettere!

«Va bene, va bene! Ho capito, verrò con te»  La interruppi sul più bello, ormai era diventato un racconto fantascientifico sulle scimmie. 

Mi sorrise. Deponendo le armi, mi arresi. Fu la mia battaglia di Waterloo.

Ormai del tutto avezzo alla quotidianità forastica, fui obbligato a percorrere un sentiero irto di superbi papaveri intenti a bofonchiare. Vituperandomi forse, si sentiranno meglio… e ciò, mi va più che bene.

Mi prese la mano, cominciando a sventolarla a caso per tutto l’istituto, avrei voluto evaporare dall’imbarazzo.

Mi rivolgo a te Dio, se esisti, uccidimi immediatamente! Ora! Falla sta grazia!

Avevamo addosso più occhi che petali di ciclamino. Fu stravolgente il cambio della mia posizione all’interno della micro-società scolastica: nel giro di qualche minuto, diventai sinonimo di ciò che c’era di più brutto e indicibile al mondo, rendendo del tutto inane e trascurabile la mia premura nell’aiutare chiunque. Invidiosi mi giudicarono, per loro ero semplicemente “il ragazzo dei compiti”. Aborrii pensando a come dei papaveri tanto alti volevano etichettarmi come un qualcosa non meritevole di simpatia. Non potei fare altro che sentirmi a disagio. 

«R-Rael puoi lasciarmi la mano, non scappo se in ballo c’è il mio portafoglio» Pensai che limitando il contatto fisico forse mi sarei sentito meno osservato. 

«Mh? No, perché dovrei?»

Avrei voluto… Dovuto, far notare il  fastidio che provavo all’essere al centro dell’attenzione.

Perché? Beh forse non sono una diva che a colazione mangia narcisismo e complessi di superiorità. Silenzio tombale, finché non arrivammo alle porte della foresta, che fungeva quasi come un separé tra la parte più nuova della città, ove si trovava anche la scuola, da quella più antica, con le abitazioni tramandate dai nostri parenti lontani, guai a usare parole come “modernizzare” in questa zona. Allentò lentamente la presa della mia mano, forse la sentiva umida, sarebbe stato meglio sudare dall’inizio allora.

Non oso immaginare la reazione di Mikael quando verrà a sapere di questa assurda storia, forse mi conviene evitarlo per qualche giorno… Oppure sarebbe meglio usare “Mi appello al quinto emendamento”?

Immerso nei miei pensieri, non notai che Rael si fermò, illuminata dal debole lucore del sole, quasi tattile, quasi olfattivo, che riusciva a trapassare il verde velo sopra le nostre teste. Tornai in me quando mi scosse il braccio, voleva dirmi qualcosa ma era troppo intenta a godersi il tramonto. 

«Bellissimo…» Rimase a bocca aperta. Una piccola roccia tutta bitorzoluta ove si poteva osservare, come fosse da un bunker, tutta la parte nuova della città. Una fessura nel mezzo dei garbati ramoscelli biancastri, desiderosi di far godere anche a noi di quella vista mozzafiato.

Perché ti comporti come se fossimo amici?

«Ho scoperto questo posticino stamattina, volevo passarci prima di tornare a casa, non è splendido?»

Provo ribrezzo a parlarti come se fossimo amici

«Effettivamente ha un che di particolare»  Sedendosi, un fatuo venticello cominciò a coccolarla. 

«Tu sei sempre stato qui, giusto? Hai fatto anche le medie qui?»

Che forse… Si sia ricordata?

«Già»  Diventò sempre più difficile mostrarsi calmo, la maschera stava inesorabilmente scivolando al cospetto della cruda realtà dei fatti. 

«Se hai tempo, potresti portarmici qualche volta? Vorrei passare a salutare i professori»

Ah… Quindi, ti ricordi di qualche vecchio idiota e non di me, va bene. Meglio così guarda, molto meglio.

Cercavo di prenderla sul ridere, perché… Se lei se ne era dimenticata, dovevo anche io, giusto? Forse in quel momento specchiandomi avrei visto il narcisismo con il quale pretendevo di essere ricordato come un qualcosa di importante. Che cosa triste: voler essere ricordato dalla prima cotta… Cosa sono, una ragazzina? Evitavo di pensarci troppo, anche se sapevo che era del tutto inutile. Andai a sedermi ad una distanza che a me sembrava normale, ma chilometrica per Rael che, prendendomi il braccio come un cane con un osso, mi avvicinò a pochi centimetri da lei.   Sprofondando in quel verdognolo a chiazze marroncino, mi sentii quasi capito e assolto dalle mie colpe, dal mio essere così irresponsabile nei miei confronti, dalle innumerevoli pugnalate che mi recisero la pelle attorno al cuore, senza mai ferirlo internamente, dalla coliga che infestava e attenuava il mio giudizio, cercando di vedere sempre il buono in ogni infame. Non riuscivo a capire perché mi trattava così, come se ci conoscessimo, quasi come se fossimo amici. Non riuscivo a considerare nessuno come tale, alle persone piaceva solo il mio lato gentile e ad alcuni, come Mikael, anche il mio lato spiritoso: persone del genere, erano davvero considerabili come “Amici”? Allora io cos’ero per loro? Un martire? A tutti piace avere una spalla su cui piangere, ma nessuno aiuterà mai quella spalla che porta il peso di essere “colui che mi capisce”.

Voglio essere ricordato per il bene che faccio. No, per il bene che mi costringo a fare per gli altri, evitando di aiutare me stesso in primis… Perché è così difficile ammetterlo? “Quello che ti capisce” non verrà mai, MAI, a raccontarti i suoi problemi, ci sarà sempre il sentimento di preoccupazione nei tuoi confronti che lo farà vacillare, rendendo quindi il sorvolare sui suoi problemi la scelta più ovvia. Forse sto cercando di chiedere aiuto seminando aiuto stesso? Pensieri da matti e dove trovarli…

«Per caso, ti sto antipatica?»  Me lo disse evitando di guardarmi negli occhi, girando il viso, sembrava quasi imbarazzata.

Hai distrutto la mia vita da liceale, sono stato marchiato come doppiogiochista e lascivo solo perché ero gentile con tutti. Ti eviterei con tutto me stesso se potessi, vorrei morire piuttosto che aiutare te, preferirei esplodere al doverti ascoltare ancora.

«…» 

«Ci… Siamo appena conosciuti, come potresti starmi antipatica…»

Quindi alla fine è così che deve andare. Eppure, non dovrebbe essere difficile volersi bene…

«Sei forse il primo ragazzo che si tiene a distanza da me. Di solito questo è un comportamento delle ragazze» Chiuse con una risatina, non voleva che facessi domande a riguardo.

Semplicemente perché non mi interessa di te. Quanto vorrei darlo a vedere, non sai quanto vorrei mostrasti l’odio che ho dentro, è talmente fitto da poterlo letteralmente toccare. Mi ripugna sapere che la mia parola vale quanto la tua. Spero tu possa un giorno capire quanto possano delle cazzate far male ad una persona. Anzi, far fare del male ad una persona. Dover subire e tenere duro come se meritassi quell’esecuzione pubblica. Dover sventolare bandiera bianca senza possibilità di difendersi… Perché ovviamente, essendo brutto, sbagliai a dichiararmi, non ne avevo nessun diritto, ovvio no? Poter vivere è un lusso per pochi, sbagliai a capirlo tardi

Tentai di aprir bocca per provare a dire anche solo una lettera di ciò che pensai, ma fui attanagliato da quasi un malore. Mi mancò il fiato, mi stavo rifiutando di dire ciò che pensavo. La mia opinione sembrava valer nulla agli occhi della mia… Premura. 

«N…on pensare male, sono semplicemente timido. Ci siamo comunque conosciuti solo ieri sera» Girandomi verso i cespugli di fianco, digrignando i denti e chiudendo gli occhi… Accettai anche quella volta di soffocare il mio ego in favore degli altri…

Retractu

Retractu

Stato: In corso Tipo: Autore: Rilascio: 2022
Avete mai avuto un ripensamento? Ovvio, chi dice il contrario è solo un narcisista che non vuole ammettere di aver sbagliato. E di essere rifiutati invece? Tasto dolente? A chi lo dici, metà della storia che vi racconterò si baserà sull'insultarla e sull'autocommiserazione, cosa c'è di meglio!?
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